
in una vecchia strada di questa città, fuori da un vecchio cinema in disarmo, da tempo invaso dai topi e dalle ragnatele, un bel giorno vidi comparire una marea colorata, vivida e confusa, che si muoveva al ritmo di decine di camminate corte e rapide. era un pomeriggio d'inverno, faceva un freddo becco e cercavo un posto dove potermi riscaldare. la vista di quei colori non poteva lasciarmi indifferente e così decisi di portare tutte le tonalità di grigio, verde e marrone che indossavo in mezzo a quell'indistinto e rumoroso colore. mi bastò qualche passo per rendermi conto che le rovine del vecchio cinema erano state rimesse a nuovo, e un pazzo scriteriato aveva deciso di aprire una sala cinematografica dedicata esclusivamente ai film indiani. a brescia la comunità indiana è molto numerosa ed è normale vedere sulle televisioni appese alle pareti dei bar del carmine scorrere a nastro qualche film di bollywood. e quando ci butti l'occhio, li vedi sempre presi a saltare, cantare, ballare oppure strusciarsi, perché nei film indiani non si baciano mai. ma tutti quei colori, quelle musiche e quei balletti mi hanno sempre messo allegria, perché riescono a stemperare la coltre asfaltata e umida che avvolge perennemente questa città. il cinema con i film di bollywood è durato qualche mese, l'entusiasmo iniziale è stato lentamente anestetizzato dal freddo, dalla nebbia e dall'ospitalità tipiche di brescia.
ma da allora ogni volta che vedo un film indiano mi viene voglia di infilarmi una parrucca e ballare. e lo stesso effetto l'ho avuto uscendo dal cinema dopo aver visto l'ultimo film di danny boyle, "slumdog millionaire". non ho ancora perdonato danny boyle per la trasformazione di di caprio in un videogioco, è un'immagine che mi ha segnato e della quale probabilmente mi porterò nella tomba le cicatrici, tipo sindrome post traumatica da vietnam. però dopo quella cagata ha fatto film ragguardevoli. e oggi mi esce con un film che mi ha entusiasmato.
tecnicamente niente da dire: racconto su tre piani narrativi e temporali differenti che si intrecciano nel ripercorrere la storia di jamal malik, bambino di una baraccopoli di mumbay che passa attraverso una vita d'inferno fino a diventare il ragazzo del tè nel call center di una compagnia telefonica, e a ritrovarsi seduto sulla poltrona di "chi vuol essere milionario", con una sola risposta a separarlo da venti milioni di rupie. ma il vero motore narrativo del film, e della vita di jamal e di tutte le nostre vite, è la ricerca, l'inseguimento di una ragazza, bellissima, di nome latika. il terzo moschettiere che si era perso nel tragitto.
quello che però mi ha colpito e impressionato del film di boyle è il suo sguardo sull'india nascosta, sull'india che non si vede nei film occidentali, dove di solito si racconta di qualche ricco ciccione inglese che la attraversa a dorso di elefante e di qualche signorinella impertinente che ha paura dei rettili. la miseria, la fame, la merda, quando si parla dell'india vengono idealizzate e diventano un elemento imprescindibile del paesaggio e della spiritualità di quel paese, quasi che quella merda sia necessaria per l'elevazione spirituale del turista. nel film di boyle invece quella merda è la vita di jamal malik, la vita che deve vivere ogni santo giorno come io e te viviamo la nostra. nessuna idealizzazione, nessuna commiserazione. quella è la sua vita e io te la racconto. è una vita avventurosa, da romanzo d'appendice, che lo porta da una baraccopoli a un'esistenza randagia e al centralino di un call center, ma che significa una sola cosa, che tutti quegli accadimenti portano a jamal malik, che è quello che è, e che sta per diventare, solo ed esclusivamente per la vita che ha vissuto. se la sua fosse una strada già segnata, o si sia semplicemente giocato bene le risposte non sta a noi dirlo. quello che è certo è che jamal malik sapeva le risposte. e le sapeva perché era jamal malik. sul perché mi sia venuta voglia di ballare, restate seduti fino alla fine e capirete.