ieri sera c'eravamo anche noi, lungo le rive del don.
ha ragione marco paolini, la ritirata di russia è una cosa di famiglia e tutti più o meno abbiamo un nonno, uno zio, un parente che dalla russia non è mai tornato. o che se è tornato "non è più lo stesso di prima".
io avevo lo zio renato, che dalla russia è tornato a baita con venticinque chili di meno e venticinque anni in più, è tornato sulle sue gambe e con tutte e due le braccia attaccate al busto, ma con l'anima abbandonata da qualche parte sulle nevi delle pianure russe.
ieri sera noi eravamo là , per fortuna non eravamo da soli.
Domenica ho passato una giornata di sovversione dell’ordine costituito.
Tra cambi di ora e giornate uggiose, la prima metà della domenica se n’è andata tra le pagine di un libro bellissimo, pallide bandiere, di paco ignacio taibo I (ce n’è anche un secondo, anche lui scrittore). La storia, ambientata tra New York ed il Cile, racconta dell’amore difficile tra una hostess coinvolta con un gruppo di connazionali in un tentativo di uccidere Pinochet ed un giovane ispano-americano alla ricerca delle sue radici. La storia li cambierà e si troveranno inaspettatamente fianco a fianco fino alla fine.
E’ uno di quei libri in cui capisci subito che niente potrà andare come vorresti, perché sarebbe tradire in modo imperdonabile la realtà delle cose.
Ed è uno di quei libri che non possono lasciarti indifferente perché capovolgono i punti di vista che ci si trascina dietro come sacchi di sabbia.
E di quanto il libro mi avesse colpito me ne sono accorto verso sera, quando mi sono messo a guardare Buongiorno, notte il film liberamente ispirato a Il prigioniero di Anna Laura Braghetti e Paola Tavella, in cui Marco Bellocchio racconta il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro dal punto di vista di una brigatista coinvolta.
Il confronto tra il libro ed il film è stato inevitabile, e mi sono trovato spiazzato dal pensare certe cose, dal farmi certe domande, dal chiedermi in fondo che cosa rende un’ideale buono e cosa lo rende cattivo, chi decide cosa è un tirannicidio e cosa è un omicidio, evidentemente non può essere la percezione di chi lo compie in quanto, se così fosse, anche quello di Moro poteva essere inteso come un tirannicidio.
Ed allora c’è altro, qualcosa che in questo momento mi sfugge. Forse è la storia a decidere.
Una risposta però l’ho trovata in quell’ultima immagine del film, quella di un Aldo Moro che esce libero e vivo dalla sua prigione e si incammina in una città ancora addormentata e fredda, sistemandosi il bavero del cappotto ed infilando le mani nelle tasche. E forse il sollievo e la commozione di quella visione così poetica, confrontato con l’angoscia dell’altro Moro, quello accompagnato bendato fuori dal covo per essere ucciso, forse quel sollievo è una risposta. Quale? Non so.
comunicazione di servizio per i concittadini in lettura,
qui si propone di andare a testare il cinema nuovo eden appena inaugurato,
questa sera ore 21 "La fiamma del peccato" dell'imbattibile billy wilder.
si attendono adesioni in massa.
per i più scettici: ingresso libero.
l'impressione è che il conto alla rovescia sia partito e che si stia aspettando solamente di trovare il pirla di turno da lasciare con il cerino acceso in mano.
in ogni caso, qualsiasi cosa accada, dio (o chi per esso) ci liberi da mastella e dalle sue sciarpe viola.
i festeggiamenti anticipati per la vittoria mondiale ferrari nella fontana di trevi a me non sono dispiaciuti.
come ha scritto qualcuno, è una roba che se l'avesse fatta christo saremmo tutti qui a gridare al bellissimo
perché effettivamente è stato bellissimo